Sei gradi di rappresentazione

Il mondo del gioco, e il mondo di gioco, è bello perché è vario. Le persone sono diverse. I giocatori sono diversi. E i personaggi?

Quando ci si pone il problema di rappresentare una diversità all’interno del gioco, attribuendola a uno o più personaggi giocanti, si deve ponderare la questione molto attentamente. Ci sono molte variabili da considerare: molte di più rispetto a quelle, prettamente estetiche, che vengono in mente di primo acchito ai non addetti ai lavori, e che in realtà sono marginali.

In questa serie di articoli, prendendo spunto dalla recente pubblicazione di una “sedia a rotelle da combattimento“, discuteremo dei sei modi per rappresentare una diversità in D&D, con i loro pro e contro. Sperando di riuscire ad affrontare la materia in modo ragionevole.

Parte 1: introduzione

Dove si parla del lavoro di Sara Thompson, della discussione che ne è scaturita, e dell’approccio erroneo con cui molte persone (non certo lei) si avvicinano al tema.

Parte 2: concetto

Dove si spiegano i sei gradi di rappresentazione con i loro pro e contro.

Parte 3: applicazioni

Dove si espongono alcuni esempi concreti che aiutano a chiarire il concetto (tra cui una PG vampira cieca che una mia giocatrice ha voluto creare tempo fa).

Parte 4: contesto

Dove si tratta un altro aspetto da non trascurare: l’impatto della rappresentazione della diversità sulla verosimiglianza del mondo di gioco e sul modo di giocare del gruppo.

Parte 5: conclusione

Dove tiriamo le fila di quanto detto.

Riassunto

Novità! Non avete tempo di leggere tutto? In questo articolo super-sintetico trovate l’essenziale.


Diverso: ma come?

Novità: a 6 mesi dalla pubblicazione di questo speciale, sono tornato sull’argomento per chiarire alcuni punti, e rispondere alla domanda: come dovrebbe comportarsi un Diemme a cui un giocatore propone un PG “diverso”?


Ringraziamento speciale

Ringrazio la campionessa e attivista Sofia Righetti che, alla mia richiesta di una review di questo lavoro, pur non avendo tempo (compensibilmente) di leggerlo tutto, mi ha fatto notare che c’erano “molti termini” (*) che era meglio correggere e mi ha in seguito indirizzato a questo articolo, da lei scritto insieme a Marina Cuollo, essenziale per quanto riguarda il linguaggio appropriato per trattare il tema della disabilità. Una lettura che raccomando.

Mantengo questo ringraziamento (e confermo la raccomandazione) anche se in seguito la campionessa in questione mi ha bloccato su Instagram per via di nostre divergenze su quella che, a mio avviso, è una deriva del suo attivismo verso la superstizione (e la politicizzazione della religione, che trovo piuttosto pericolosa).

(*) uno


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