E il tuo mondo, parla Fantasysh?

In questo mese di Novembre il Vecchio Carnevale Blogghereccio ha un tema davvero stimolante: le lingue.

Fa subito venire voglia di fare cose strane e simpatiche: lingue speciali con effetti speciali o requisiti d’uso speciali… ah, no, l’hanno già fatto.

Farò un’altra cosa, invece: tornerò a parlare di ambientazioni. E di come le lingue siano uno degli strumenti più potenti, più immediati e più sottovalutati per caratterizzarle.

Il Fantasysh

Non so se avete avuto la mia stessa impressione, che è la seguente: ai tavoli di D&D la lingua principale del mondo di gioco è quasi sempre la stessa. Sia con le ambientazioni classiche che con quelle casalinghe. Mica solo ai tavoli di D&D, in realtà: a quelli di molti altri giochi, e poi nei videogiochi, in certe serie TV, nei libri, nei fumetti e nelle fan fiction, purché del filone fantasy o fantascientifico.

Mi piace chiamare questa neo-lingua “il Fantasysh”.

Ovviamente nessuno la parla: quando interpretiamo un PG o PNG, anche in prima persona, parliamo la nostra lingua del mondo reale, giusto? E ci mancherebbe. Per cosa si usa, allora? Essenzialmente per dare i nomi: alle cose, alle persone, ai luoghi, ai concetti.

Funziona grossomodo così: metti in serie sillabe a comporre un insieme senza senso, che a orecchio sia abbastanza strano da sembrare “esotico” o “fantastico” ma abbastanza armonico da “suonare bene”; e che non susciti facilmente ilarità, battute, doppi sensi (a meno che non sia proprio quella l’intenzione). In Italia, quando è possibile, andiamo spesso a cercare una sonorità pseudo-celtica o pseudo-anglosassone.

Tra parentesi, i nomi dei farmaci, magari opportunamente invertiti o rimaneggiati, sono una vera miniera di nomi Fantasysh: avevo una co-Diemme farmacista che tirava fuori nomi stupendi in un batter d’occhio.

Ha un suo perché

Ora, non voglio demonizzare il povero Fantasysh più del dovuto. L’ho usato in abbondanza nelle mie prime campagne. L’ho usato perfino in un romanzo che ho cominciato a scrivere eoni fa e che probabilmente non vedrà mai la luce. (Non avete visto niente.)

Il Fantasysh è ormai una sorta di standard intuitivo, non codificato, che si è integrato nell’immaginario popolare (almeno dei Paesi occidentali). Proprio questo è il suo punto di forza: è qualcosa di familiare per tutti, non necessita di grandi sforzi.

Se chiedete a un giocatore di creare un PG di D&D senza altre informazioni, gli darà quasi certamente un nome Fantasysh. Se scrive la sua backstory ci includerà quasi certamente città, fazioni, figure dal nome Fantasysh. Lo stesso farà il tipico Diemme pigro che crea un’ambientazione personalizzata per le sue avventure… e qui inizia a cascare l’asino.

Motivi per non usarlo

Il problema dell’adagiarsi sul Fantasysh è che ci porta a trascurare quello che sarebbe uno strumento potentissimo per la definizione delle ambientazioni (worldbuilding, direbbe chi ama l’anglo-gergo): ed è proprio la lingua.

Dare ai nomi del nostro mondo una logica, un pattern, una radice “pseudo-culturale” comune, è un ottimo mezzo per creare quella cosa misteriosa che chiamiamo immersione. È utile sia per caratterizzare un’ambientazione sia, soprattutto, per comunicare qualche suo piccolo elemento concettuale ai giocatori, senza spiegoni (infodump), in modo del tutto gratuito.

Lo scenario prevede due grandi nazioni nemiche che si fronteggiano? È un vero peccato, credetemi, perdere l’occasione di differenziarle attraverso i nomi. Se quelli dell’una hanno uno schema, un suono marcatamente diverso da quelli dell’altra (che so: i primi ispirati al greco antico, i secondi all’arabo) l’esistenza dei due blocchi assumerà subito concretezza, sarà una cosa viva e reale. Pensate alle opportunità. I PG si aggirano nella nazione “grecizzante” ma si imbattono in un villaggio dal nome “arabeggiante”: è un villaggio dell’altro “blocco” che è stato recentemente conquistato; questo pezzetto di conoscenza, di lore, salterà subito all’occhio senza tante spiegazioni. Ben presto i giocatori impareranno a prestare attenzione a come suonano i nomi dei PNG: un modo rapido per intuire “questo da che parte sta”. E ovviamente non mancheranno le sorprese: l’occasionale PNG dal nome “arabeggiante” che tifa per lo schieramento “grecizzante” per motivi suoi personali, che i vostri giocatori non vendranno l’ora di indagare.

Se siete capaci (non tutti lo sono, eh, e va bene così) potete addirittura inventare un accento con cui caratterizzare la parlata dei PNG delle diverse culture immaginarie del vostro mondo.

I nomi del vostro mondo parlano, comunicano, a un livello che forse non possiamo immaginare.

Qualche esempio

Negli ultimi anni mi sono fatto un punto d’onore di recuperare il più possibile l’italiano nelle mie giocate. Sia in Omicidio alla Fiera di San Tocco, il modulo autoconclusivo con cui ho playtestato il mio metodo sulle avventure investigative, sia nell’ambientazione di Argentaria, quella in cui si svolge una delle campagne che sto masterando (la più longeva, a oggi, tra quelle attive), i nomi delle persone sono nomi italiani medievali, con una preferenza per quelli dal suono “arcaico”; li ho usati anche nel precedente articolo per il Carnevale, ricordate? I nomi dei luoghi tendono a essere combinazioni di parole italiane (Chiarafonte, Ballafrasca, Costadoro…).

Non solo: i nobili di Argentaria hanno sempre più di un nome, oltre all’altisonante nome di famiglia, mentre gli alto-borghesi hanno un nome singolo più un cognome semplice, e i popolani hanno solo il nome proprio… a volte affiancato da un soprannome, quando si guadagnano una certa fama per qualche motivo. Vedete, quindi, come la lingua possa “catturare” anche la struttura sociale dell’ambientazione. I miei giocatori, ormai navigati, possono capire (o perlomeno immaginare) molte cose di un PNG in base a come si chiama.

In un’altra ambientazione in cui sto masterando, quella del Grande Nulla, uno scenario desolato, post-apocalittico e desertificato, i nomi sono molto brevi e hanno un suono aspro e secco; è il mio modo di trasmettere, tramite il linguaggio, l’aridità e la durezza di quel mondo.

Mentre, in entrambi gli scenari, i nomi dei draghi sono estremamente lunghi ed elaborati, spesso difficili da pronunciare: un modo per sottolineare la “grandezza” e la compessità di queste creature.

Una porta d’ingresso per i PG

Quando i vostri giocatori sono in procinto di creare i loro PG, anziché lasciare totale libertà per “battezzarli”, può essere molto utile fornire delle linee-guida sui nomi, e magari una lista di esempi.

In questo modo, non solo non “suoneranno fuori luogo” rispetto all’ambientazione, ma si sentiranno connessi ad essa sin dal principio. Una scelta apparentemente banale come quella del nome diventerà l’occasione per cominciare l’immersione ancora prima di giocare.

Se possibile, fornite un rapidissimo sunto delle differenze culturali e sociali, e di come si collegano al linguaggio. Aiutate il giocatore con un PG nobile a scegliere un nome che suoni nobiliare, in base ai criteri dell’ambientazione, e quello con un PG straniero o esotico a scegliere un nome che suoni come tale. Vedrete che apprezzeranno il potersi sentire parte di qualcosa di significativo.

In conclusione

Nulla togliendo al Fantasysh: la prossima volta che create un’ambientazione per il vostro gioco, che sia per una one shot o per una campagna lunga, provate a concedervi qualche minuto per pensare a come usare la lingua in modo meno banale, più utile a trasmettere il concetto che avete in mente.

4 pensieri riguardo “E il tuo mondo, parla Fantasysh?

  1. Il problema è che non è facile. Non è facile inventarsi dei nomi per un popolo totalmente differente dal nostro; non è facile inventarsi nomi in generale. Io uso un generatore di nomi casuale ( http://www.fantasynamegenerators.com ) con i quali genero i vari nomi e cerco di usare sempre lo stesso generatore per lo stesso popolo, ma questo non è sempre possibile. Usare i nomi, che so, greci per fare una civilità diversa dalla greca, suonerà molto strano ai giocatori, come usare i nomi italiani per una civilità ispirata ai vichinghi. E poi spesse volte, i nomi reali suonano male: chiamare un tizio “John” o “Marco” non significa un cavolo nell’ambientazione X e quindi suona come una stonatura. Ma inventarsi una nomenclatura da zero ha la stessa difficoltà di inventarsi una lingua da zero…

    Faccio eccezione con i nomi dei luoghi (a differenza di molti altri): Pietra Nera, Bosco Scuro, Verdi Inverno ( 😛 ), LungoFiume, Dolciacque, ecc. in me evocano immediatamente qualcosa rispetto a nomi inventati che per me non significano niente. Perché una città che si chiama “I Due Fiumi” molto probabilmente avrà (od aveva) due fiumi al suo interno.

    Ciao 🙂

    1. Ah… wow, non l’avevo vista da questa prospettiva.

      Ok, vorrà dire che farò presto un articolo su come fare nomi “dal suono caratteristico” senza prenderli pari pari da una lingua esistente. Grazie del suggerimento! 🙂

      (Comunque io i nomi inglesi e italiani li ho usati diverse volte, non mi è sembrato che stonassero.)

      Ciao!

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